Scrivo dando per scontato che tu sappia cos’è un nodulo tardivo e che ne abbia visto almeno uno. Quello che manca, in questo capitolo, non è la descrizione clinica: è una lettura ordinata di una letteratura che si contraddice sui punti pratici, e che va letta sapendo chi l’ha scritta e con quale livello di evidenza.
Terminologia: il nodulo tardivo non è una diagnosi
Delayed-onset nodule (DON), delayed inflammatory reaction (DIR), late-onset reaction (LOR): tre sigle, confini mobili. Il board CARE ha scelto di unificare tutto sotto «late-onset reactions» perché «late» e «delayed» venivano usati in modo incoerente fra le pubblicazioni [1]. Il gruppo CMAC è più netto: il DON non è una diagnosi, è un segno clinico sotto cui stanno patologie diverse, e il rischio concreto è oscillare fra la polifarmacia a pioggia e l’inerzia [11].
Le finestre temporali più usate sono quelle della review di Kroumpouzos e Wortsman: immediate (entro 24 ore), precoci (da 24 ore a 4 settimane), tardive (oltre 4 settimane) [13]. Il picco delle reazioni tardive sta fra il terzo e il quarto mese [1,4], con eccezioni fino a oltre un anno.
Classificazione: quattro quadri, un criterio
Il panel australiano-neozelandese di Goodman (25 membri, Delphi modificato, consenso al 75%) ragiona su tre pattern [3]. Io aggiungo il quarto perché clinicamente lo incontri come entità a sé e perché istologicamente è il denominatore comune.
- Nodulo non infiammatorio (pattern 1, «primarily filler related»). Prodotto accumulato, dislocato, o comparso tardivamente per modificazione del tessuto intorno (tear trough). Freddo, non dolente, cute normale. Tipicamente tecnico: volume, piano, zona [3,4].
- Nodulo infiammatorio / DIR (pattern 2, «cold inflammatory delayed nodules»). Noduli o edema che compaiono a settimane-mesi, spesso in tutti i siti trattati contemporaneamente, intermittenti o persistenti, con un trigger immunitario identificabile in buona parte dei casi [1,3,4]. È il quadro su cui si gioca la differenza fra gli algoritmi.
- Infezione / biofilm (pattern 3, «hot delayed nodules»). Calore, dolore, fluttuanza, a volte febbre; oppure un’infiammazione cronica a bassa intensità che non risponde agli antinfiammatori e recidiva [3,4,7]. Un intervallo di 1-2 settimane fra iniezione e flogosi orienta verso un patogeno virulento impiantato; ritardi più lunghi sono la regola [3].
- Granuloma da corpo estraneo. Diagnosi istologica, non clinica: papule o noduli rossi, indurati, che si fibrotizzano nel tempo; latenza da mesi ad anni; materiale espresso in genere sterile [4]. Ogni volta che un nodulo infiammatorio è stato biopsiato, l’istologia ha mostrato una risposta granulomatosa da corpo estraneo [4]: il granuloma non è una quarta eziologia, è l’esito comune delle prime tre quando persistono. Boli grandi e iniezione dermica o subdermica aumentano il rischio [1,6].
Eziopatogenesi: tre ipotesi che probabilmente convivono
CARE e Goodman convergono su una struttura a tre fattori, filler, patogeno e risposta dell’ospite, e sul fatto che nel singolo caso siano quasi sempre tutti e tre presenti in proporzioni diverse [1,3].
Struttura del filler. L’HA nativo ad alto peso molecolare (oltre 1000 kDa) è antinfiammatorio; i frammenti a basso peso molecolare (LMW-HA), prodotti dalla degradazione periferica del bolo a opera delle ialuronidasi tissutali e delle specie reattive dell’ossigeno, attivano TLR2 e TLR4 [1,3]. Il ritardo di comparsa coinciderebbe con il tempo necessario perché il bolo degradi fino a produrre frammenti pro-infiammatori [1,3]. In vitro il LMW-HA non è pro-infiammatorio in assenza di carico endotossinico: lo diventa in presenza di batteri, anche in quantità insufficienti a dare infezione [1,3,4]. Sul fronte chimico, Lee e coll. ricordano che il BDDE può esistere nel prodotto finito in forme diverse (completamente reagito, pendant, deattivato, residuo) e che impurità di processo (olio di silicone, alluminio) possono innescare una reazione da corpo estraneo [6]. I filler con alta quota di LMW-HA (circa il 90%) hanno tassi di reazioni tardive riportati fra 0,5% e 4% [1]; le chart review retrospettive sui prodotti con tecnologia Vycross riportano noduli tardivi fra 0,5% e 0,98% [4]. Il principio conta più del nome commerciale: non tutti gli HA reticolati sono uguali davanti al sistema immunitario, e mescolare prodotti a reologia diversa nella stessa zona rende impossibile risalire al responsabile [1]. (Sulla reologia e sulle differenze fra reticolati ho scritto qui.)
Biofilm. I filler, come gli impianti, sostengono la crescita di biofilm [7]. Commensali cutanei introdotti all’iniezione possono restare quiescenti dentro il bolo finché la degradazione non li espone alla periferia, o crescere lentamente fino a una massa critica [1,3]. Il biofilm maturo è resistente agli antibiotici e difficile da coltivare: le colture negative non lo escludono [4,7]. Il dato più solido è retrospettivo monocentrico: su 61 pazienti con complicanze tardive (42 noduli, 15 flogosi croniche, 4 infezioni attive), le colture del tessuto asportato chirurgicamente sono risultate positive in 7, con istologia di infiltrato mononucleare e reazione gigantocellulare [8].
Squilibrio immunitario dell’ospite. Qui entrano la malattia autoimmune attiva (che CARE considera una controindicazione, con un gradiente di rischio: artrite reumatoide e vasculite cutanea al vertice), gli aplotipi HLA-B*08 e DRB1*03, l’ipersensibilità ritardata di tipo IV, la reazione da corpo estraneo prolungata e la reazione da adiuvante (ASIA) [1]. E soprattutto i trigger: sindromi simil-influenzali, infezioni a distanza (urinarie, sinusali, odontogene), procedure dentali (in una casistica citata da CARE, 6 noduli tardivi su 7 seguivano un trattamento odontoiatrico) e vaccinazioni [1,6]. Sul vaccino anti-SARS-CoV-2 i dati sono i più strutturati: survey nazionale israeliana, 20 casi su 262 rispondenti, 65% insorti entro 5 giorni dalla dose, maggior parte risolti entro 21 giorni, volume di filler associato alla gravità (p = 0,016) [15]; coorte francese di 1041 pazienti, 0,5% di effetti tardivi, frequenza stimata di complicanze attribuibili a COVID o vaccino 0,06% [16]; revisione sistematica 2025 di 6 pubblicazioni e 25 donne, con corticosteroidi e ialuronidasi come trattamenti più usati e risoluzione spontanea nei casi lievi [14]. Il panel Goodman ha raggiunto il 100% di consenso sul ruolo di viremia e stato post-vaccinale [3]. Un dato stagionale riportato da CARE: fino al 71% delle reazioni tardive fra settembre e dicembre [1].
Epidemiologia: l’ordine di grandezza
La revisione sistematica di Chung e coll. calcola dagli studi prospettici un’incidenza di reazioni infiammatorie tardive dell’1,1% per anno e di possibile ipersensibilità ritardata dello 0,06% per anno; gli studi retrospettivi stanno sotto l’1% in 1-5,5 anni, e solo il 5% circa dei casi riportati come DTH era documentato come tale [5]. La conclusione pratica degli autori: lo skin test pre-trattamento non è obbligatorio con filler approvati FDA [5]. Funt colloca l’incidenza sotto l’1%, con un tasso storico dello 0,7% prima del 1999 sceso a circa 0,2% dopo i miglioramenti di purificazione [4]; Michon riporta un intervallo 0,3-4,25% [17]. I numeri non sono omogenei perché non lo sono le definizioni.
Un dato sulla pratica reale: nella survey israeliana di Shalmon su 334 iniettori, il 48,2% non aveva mai visto una DIR e solo il 34% teneva ialuronidasi in studio [18]. Vale la pena chiedersi se il secondo numero sia diverso in Italia.
Diagnosi differenziale: clinica, ecografia, coltura, istologia
La clinica orienta: caldo o freddo, fluttuanza, timing, uno o tutti i siti, trigger nelle settimane precedenti. La DTH tipicamente coinvolge tutte le aree iniettate simultaneamente, senza segni sistemici all’esordio [1]. Ma la clinica non chiude: distinguere un biofilm da un’ipersensibilità a bassa intensità è difficile e le agoaspirazioni sono di solito sterili in entrambi i casi [4].
L’ecografia ad alta frequenza è diventata il primo strumento. Serve a tre cose: confermare che sotto il nodulo ci sia HA (depositi anecogeni o ipoecogeni, pseudocistici) e non un altro materiale, caratterizzare la complicanza, guidare l’iniezione di ialuronidasi o di steroide intralesionale [12,13]. L’ascesso appare come lesione anecogena o ipoecogena con detriti e rinforzo posteriore; il granuloma come nodulo ipoecogeno, talora vascolarizzato o calcifico; la cellulite e la pannicolite con aumento di ecogenicità, setti ispessiti ed edema; la migrazione come filler in sede anomala [12]. CARE la usa anche nel pre-trattamento (filler pregressi, inclusi i permanenti, che cambiano il rischio) e per decidere quando fermare la ialuronidasi: nel loro primo caso, iniezioni ogni 3-5 giorni fino a HA non più rilevabile [1]. Funt l’ha adottata per la stessa ragione [4].
Quando c’è fluttuanza: aspirazione e coltura. Quando il nodulo è solido e non fluttuante: punch biopsy con coltura [1]. In entrambi i casi, antibiotico ad ampio spettro in attesa dei risultati [1]. CMAC spinge per un modello medico (istologia, indici di flogosi, ecografia) invece di trattare a tentativi [11]. Non sono passaggi accademici: sono quelli che ti permettono di scegliere fra gli algoritmi che seguono invece di sommarli.
Gli algoritmi a confronto: dove non dicono la stessa cosa
Qui sta il nodo. Riassumo quattro posizioni, poi le metto una contro l’altra.
CARE 2024 (Baranska-Rybak e coll., 4 esperti europei; board istituito da Teoxane) [1]. Reazione non infiammatoria senza infezione: ialuronidasi in prima linea, steroide orale se non risponde. Reazione infiammatoria: vigile attesa e/o steroide orale a scalare, per evitare ialuronidasi non necessaria. Infezione: niente ialuronidasi in prima linea (può diffondere l’infezione); drenaggio e coltura se fluttuante, punch biopsy se solida, antibiotico ad ampio spettro fino alla coltura. Reazione moderata-grave con sintomi sistemici (quadro ASIA): steroide in prima linea. Dosaggi citati nei casi clinici: metilprednisolone 32 mg a scalare in 2 mesi; prednisolone 20 mg/die per 3 giorni in una reazione post-vaccinale; triamcinolone 10 mg/mL intralesionale.
Artzi 2020 (18 esperti in 10 paesi) [2]. 16 su 18 favorevoli all’antibiotico in prima linea: doppia terapia con fluorochinolone più tetraciclina o macrolide per 3-6 settimane. Steroidi intralesionali o sistemici evitati salvo reazioni deformanti o recalcitranti. Ialuronidasi intralesionale raccomandata da 13 su 18, ma alcuni solo dopo 48 ore-2 settimane di attesa e se l’antibiotico non ha dato miglioramento.
Goodman 2023 (25 membri, livello di evidenza 4 dichiarato) [3]. Terapia diretta alla componente prevalente. Prevalentemente filler: ialuronidasi. Prevalentemente infiammatorio: lasciar decantare se minore e autolimitante; prednisolone o colchicina più FANS; eventuale uso dell’azione antinfiammatoria delle tetracicline; rimozione del prodotto se necessaria; steroide o 5-fluorouracile intralesionali se resistente. Prevalentemente infettivo: antibiotico mirato se la fonte è nota (ascesso dentale, sinusite, infezione urinaria), altrimenti doxiciclina, claritromicina o cefalosporine; drenaggio o rimozione del prodotto se resistente, con copertura antibiotica e steroidea prima e dopo la dissoluzione.
Funt 2022 (algoritmo d’autore; l’autore dichiara consulenze per Galderma, Allergan, Merz e Revance) [4]. Sequenziale. Se calore, dolorabilità, eritema, indurimento o edema: antibiotico orale ad ampio spettro (ciprofloxacina, claritromicina o doxiciclina); se la risposta è netta è un processo infettivo e si prosegue per 2 settimane oltre la risoluzione; più spesso la risposta è minima. Se edema o indurimento generalizzati: prednisone a scalare in 7 giorni (60, 40, 40, 20, 20, 10, 5 mg), dopo l’avvio dell’antibiotico se si sospetta infezione; se servono cicli ripetuti, colchicina 0,6 mg ogni 12 ore, poi 0,6 mg/die. In parallelo, e presto, ialuronidasi nelle aree di edema o nodularità, ripetuta ogni 1-2 giorni finché c’è miglioramento, non diluita, seguita da massaggio. Noduli residui: triamcinolone 10 mg/mL intralesionale ogni 2 settimane. Lesioni fibrotiche: triamcinolone 10 mg/mL 0,4 mL + 5-FU 50 mg/mL 0,4 mL + lidocaina 2% 0,2 mL, ago 30 G, ogni 2 settimane, poi solo 5-FU e lidocaina; clindamicina nella miscela se forte sospetto di biofilm. Noduli piccoli, asintomatici e non visibili: nessun trattamento.
Le tre divergenze reali.
Antibiotico prima o ialuronidasi prima? Artzi 2020 dice antibiotico, quasi sempre. CARE 2024 dice: dipende dalla diagnosi di lavoro. Ialuronidasi se il nodulo è freddo e non infetto, steroide o attesa se è infiammatorio, antibiotico se è infetto. Funt sta in mezzo: antibiotico se ci sono segni di flogosi, ma ialuronidasi presto e in parallelo. Goodman, come CARE, parte dalla componente prevalente. La differenza non è di stile: riflette l’ipotesi eziologica dominante in ciascun gruppo. Chi pensa che la maggior parte delle DIR sia «infection initiated» (Goodman lo mette ai voti, 92% di consenso) copre con l’antibiotico; chi vede un quadro immune-mediato preferisce non usarlo a vuoto.
Ialuronidasi: subito, dopo, o mai? Funt la usa presto e liberalmente, perché il filler è ciò che ha innescato il processo. Una parte del panel Artzi aspetta 48 ore-2 settimane. CARE la sconsiglia come prima linea nell’infezione e la considera non necessaria in molte reazioni infiammatorie. Goodman la riserva al quadro prevalentemente filler-related e ai casi resistenti alle altre terapie. Un punto su cui invece concordano tutti: nell’ascesso, prima drenaggio e coltura.
Steroidi: quando? Artzi li riserva ai casi deformanti o recalcitranti. CARE li mette in prima linea nelle reazioni infiammatorie e nei quadri sistemici, e li considera efficaci, con la vigile attesa, nel post-vaccinale. Funt li usa presto quando l’edema è diffuso, per delineare i noduli da trattare poi per via intralesionale. Goodman li affianca a colchicina e FANS. La survey israeliana suggerisce che lo steroide orale breve è già la scelta più comune nella pratica (35,3% dei rispondenti) [18].
La mia sintesi, che non è un quinto algoritmo: la diagnosi di lavoro decide. Caldo, fluttuante, febbrile: coltura e antibiotico, niente enzima finché l’infezione non è controllata. Freddo, non dolente, HA confermato in ecografia: ialuronidasi. Infiammatorio con trigger immunitario evidente, specie se multisede: steroide a scalare o attesa vigile, e l’enzima solo se non si spegne. Nodulo che non si lascia inquadrare: biopsia prima della polifarmacia. E follow-up ravvicinato, perché quasi tutti questi quadri richiedono più di una seduta [4].
Ialuronidasi: cosa sappiamo davvero sulla dose
Meno di quanto si creda. La scoping review di Borzabadi-Farahani ha trovato 5 RCT in tutto, 53 soggetti, tutti su cute di avambraccio, braccio o dorso: la ialuronidasi è efficace sui noduli di HA non complicati, con risposta dose-dipendente, e le dosi usate vanno da 1,25 a 37,5 U per 0,1 mL di HA in singola iniezione, scendendo a 0,375-2,25 U quando si fanno tre iniezioni settimanali consecutive [9]. Nessun RCT sul viso, nessuno sui noduli infiammatori, nessuno sull’ischemia [9]. Il protocollo CMAC ad alte dosi è pensato per l’occlusione vascolare, e ne ho scritto a parte. Per la dissoluzione elettiva e per i noduli la stessa linea guida è esplicita: in letteratura non esistono concentrazioni o dosi standard, le quantità necessarie per un singolo nodulo sono variabili, e CMAC raccomanda di «trattare fino all’effetto» con concentrazioni non inferiori a 1.500 unità in 5 mL, rivalutazione a 48 ore e ripetizione se necessaria; gli autori annotano che nella pratica servono dosi maggiori, e talvolta ripetute, rispetto a quelle riportate in letteratura [10]. La guida CMAC sui DON è coerente: ialuronidasi fino alla risoluzione clinica, anche ad alte dosi e ripetuta, e nelle lesioni infiammatorie solo dopo aver avviato l’antibiotico [11]. Le altre fonti riportano la cadenza: ogni 1-2 giorni finché c’è miglioramento [4], o ogni 3-5 giorni fino a ecografia negativa [1]. Due regole senza controversia: l’enzima deve essere a contatto fisico con il substrato, quindi dopo l’iniezione si massaggia [4]; e l’anamnesi per allergia a punture di imenotteri va fatta prima, perché aumenta il rischio di reazione all’enzima [1,10]. L’uso è off-label e va nel consenso informato, insieme alla possibile perdita del risultato estetico [1].
Seconda linea, con le cautele del caso
Per i quadri che resistono: colchicina [3,4], triamcinolone con 5-FU [3,4], ciclosporina (un caso ASIA con pregressa anafilassi da ialuronidasi, 6 mesi di terapia) [1], ACE-inibitori a basso dosaggio nei quadri post-COVID (ipotesi meccanicistica via ACE2, citata da Goodman e CARE) [1,3]. Il metotrexato 15 mg/settimana ha risolto in circa 30 giorni tre casi refrattari a steroidi, antibiotici e ialuronidasi [19]: è una serie di 3 casi e va letta come tale. Nessuna di queste è una prima linea.
Prevenzione: le cose che pesano davvero
Da CARE [1]: anamnesi strutturata (autoimmunità, vaccini, procedure odontoiatriche, infezioni in corso, filler permanenti pregressi, allergia a imenotteri) e rinvio se una di queste è attiva o recente; asepsi reale (l’alcol da solo non basta, perioral per ultimo, mai attraverso la mucosa orale); bolo più piccolo possibile, nessuna iniezione intramuscolare, nessuna miscela di reologie; dopo, 2 settimane prima di procedure dentali o invasive, e non reiniettare ogni 3 mesi. Goodman aggiunge, con il 100% di consenso, due cose semplici: iniettare attraverso una cute con barriera integra e trattare presto le infezioni sistemiche nei pazienti con filler [3].
Conflitti di interesse e livello di evidenza
Lo dico per ultimo perché pesa su tutto quello che precede. CARE è un board istituito da un’azienda produttrice di filler [1]; Funt dichiara consulenze per quattro aziende [4]; Goodman è un documento di consenso con livello di evidenza 4 dichiarato [3]; l’abstract di Artzi non riporta disclosure [2]. Non esiste un RCT sulla gestione delle reazioni tardive del viso [9]. Tutto quello che chiamiamo algoritmo è esperienza organizzata. È un buon motivo per usarla, e un ottimo motivo per non applicarla a occhi chiusi.
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